
votantonio, votantonio, votantonio….
Marzo 26, 2008 di bbgionni

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un’analisi spaziale del consumo
Febbraio 25, 2008 di bbgionni

dal sito facoltadinotizia.it
Vivere nell’era del consumo totale: intervista a Massimo Ilardi
di Barbara Gambacorta
11 febbario 2008
“Ci vediamo al centro commerciale!”. Un modo di darsi un appuntamento ormai di uso comune. Ma siamo sicuri che incontrarsi in un centro commerciale sia la stessa cosa che passeggiare per le vie del centro cittadino o darsi appuntamento in piazza? Come sta cambiando il nostro modo di relazionarci con gli altri nell’era del consumo lo abbiamo chiesto a Massimo Ilardi, docente di sociologia urbana nella facoltà di Architettura di Ascoli Piceno e direttore della rivista “Gomorra”. Da anni si occupa infatti del rapporto tra nuovi spazi urbani e dell’influenza sulla socialità e sulla vita delle persone.
Qual è professore la conseguenza più importante del proliferare nelle nostre città di queste strutture della grande distribuzione? Il moltiplicarsi dei centri commerciali è la conseguenza di una domanda che proviene a livello sociale. Di solito siamo abituati a vedere la questione a senso unico:il mercato costruisce i centri commerciali e ci impone una certa qualità della vita. Io direi di vedere il processo anche in maniera inversa cioè considerando il fatto che c’è una domanda forte di questi centri commerciali e il mercato soddisfa questa richiesta. Il problema da porsi è “Perché c’è questa domanda?”. E’ ovvio che se non ci fosse non si costruirebbero queste grandi strutture. La domanda invece esiste perché questi centri sono spazi pubblici che noi frequentiamo, dove ci incontriamo, stabiliamo relazioni, d’altra parte non ci danno alcuna responsabilità sui legami forti, sono centri dell’effimero, del gioco e del divertimento, centri dove nascono anche le culture giovanili. Nascono insomma perché c’è insomma una domanda forte.
Dagli anni Novanta si parla dei centri commerciali come di non-luoghi ovvero di spazi costruiti per un fine specifico, in questo caso il commercio, dove gli individui si incrociano senza entrare in relazione, senza creare legami. Non crede però che in questi spazi si creino dei rapporti magari alla base di un nuovo modello di socialità? Indubbiamente si. Distruggono i legami fondati sulla memoria, su relazioni forti che una volta davano identità alle persone ma che costringevano anche uomini e donne dentro una prigione che li rinchiudeva tutta la vita. Però bisogna fare attenzione. Questa lettura dei centri commerciali come non-luoghi va ridimensionato. È vero che vengono fuori da una domanda che proviene dal sociale ma non rappresentano più i non-luoghi così come eravamo abituati a vederli perchè non sono solo luoghi dell’attraversamento ma anche e soprattutto del controllo. Il controllo è reso più forte, questo attraversamento e questa mobilità assoluta si sono notevolmente ristrette.
E’ per questo che lei ha parlato di tramonto dei non-luoghi? Certamente si. Dal momento che in questi luoghi esistono delle barriere e dei controlli come facciamo a parlare di non-luoghi nello stesso modo in cui si parlava dieci anni fa, cioè i non luoghi della grande mobilità e della grande libertà? Non è più cosi. Sono i luoghi del massimo controllo perché il mercato non ha altri strumenti per controllare il territorio, lo può fare solo trasformando il territorio in enclave, in piccole sacche che si chiamano enclave commerciale o residenziali. Il mercato riesce così a controllare i piccoli spazi attraverso le telecamere, le guardie private e tutta una serie di sbarramenti che non ci consentono più come una volta di poter attraversare “felicemente” questi spazi.
Ma lei crede che oggi il consumo e il commercio siano l’unica spinta per la quale si costruiscono e si progettano gli spazi? Indubbiamente si. Noi viviamo in una società dell’iper-consumo e i centri commerciali ne sono i templi. Ma bisogna guardarli con occhio critico. Il mercato vive oggi una grande contraddizione: da una parte preferirebbe che lo spazio fosse il più possibile liscio per far muovere liberamente merci e persone ma dall’altra parte si è accorto che questo spazio non è pacifico, ci sono dei conflitti ed è quindi costretto a controllarlo e a trasformarlo in strutture fortemente controllate.
Cosa pensa di chi guarda con nostalgia ai luoghi tradizionali della socialità e del commercio? E’ un modo di porsi arretrato e tradizionale. Non si possono riconquistare i luoghi attraverso le vecchie piazze, il vecchio mercato rionale o i vecchi bottegai che aprivano sotto casa. I luoghi ora si riconquistano attraverso il conflitto, attraverso lo scontro. I nuovi luoghi non sono più luoghi della memoria, della tradizione, sono fortemente conflittuali e nella loro essenza effimeri, non ci danno nessuna identità, nessuna appartenenza, ma è in quei luoghi che si ristabiliscono relazioni che fuoriescono dalle regole del mercato, che non le rispettano, come le culture giovanili che fanno dell’appropriazione degli spazi uno dei temi centrali della loro relazione col territorio.
Che responsabilità hanno coloro che dovrebbero progettare le nostre città come amministratori, politici e architetti? Il problema è grosso soprattutto per gli architetti: come si dovrebbe porre il progetto di architettura di fronte a questi spazi? Noi assistiamo oggi a progetti di architettura completamente portati a rimorchio dal mercato, non c’è più una teoria del progetto alle spalle dell’architetto in base al quale si progettano le forme, la forma è dettata dal mercato. Ci si accorge facilmente di come i centri commerciali siano tutti uguali, scatoloni enormi semplificati al massimo e trasparenti per mostrare la merce dove all’interno non c’è nessuna ricerca teorica, nessuna possibilità da parte dell’architetto di dare una forma diversa da quella consentita a questi luoghi.
Ma il destino delle nostre città sarà quindi inevitabilmente segnato dall’imporsi dei luoghi del consumo? Credo proprio di si. Non possiamo pensare ad un ritorno ai vecchi spazi. Ma non vediamo tutto nero. Dobbiamo essere coscienti di questa tendenza e fare conflitto con questa consapevolezza . Non possiamo dire che non vogliamo questi spazi e rivogliamo la piazzetta con la fontanella: è evidente che sarebbe una battaglia persa in partenza.
Ma Lei professore va a fare la spesa nei centri commerciali? Si ci vado spesso, anche se la confusione mi da un po’ fastidio, ma quell’ora che ci passo dentro non è poi un’ora così infernale, si ci può passare benissimo un’ora. Bisognerebbe però chiedere ai giovani perché ci vanno. E bisognerebbe magari anche chiedergli perchè ci passano molto più che un’ora. Infatti. Io un’ora ci resisto. Ma se voglio risparmiare, voglio trovare tutto senza perdere tempo devo andare lì dentro, non posso mica andare dal bottegaio sotto casa che magari mi frega sul prezzo o sul peso.
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jazz a Pescara…
Febbraio 1, 2008 di bbgionni
Sabato 2 febbraio 2008
Teatro Michetti – ore 21,15
Pescara
ROUND ABOUT MONK
TIZIANA GHIGLIONI – voce
TONY PANCELLA – pianoforte
ALDO VIGORITO – contrabbasso
INGRESSO GRATUITO
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paesaggi albanesi – #0
Gennaio 31, 2008 di bbgionni
con il numero # 0 la prima foto di una mostra – paesaggi albanesi - frutto di un viaggio di 2 di noi a Patos (Albania) nell’agosto del 2003…
|| Teramo, alcuni giorni prima della partenza
e QUI si trovano le altre...
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ma i blonde redhead possono venire a Teramo?
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web e relazioni non mercantili
Gennaio 13, 2008 di bbgionni
da il manifesto, 12 gennaio 2007
Diario di viaggio nel continente digitale
Da Internet alla «pratica del dono». Un saggio per Laterza della studiosa Mariella Berra sulle reti telematiche
di Benedetto Vecchi

Mariella Berra è un’attenta studiosa del mondo digitale. I suoi saggi sono un vero e proprio diario di viaggio all’interno di una realtà in continuo mutamento. Docente all’Università di Torino ha scritto, e molto, di innovazione tecnologica, tema che può essere considerato il punto di partenza della sua esplorazione del web. Poi l’incontro con Angelo Raffaele Meo, altro torinese, ma docente in sistemi informatici. Con lui ha percorso un tratto di strada insieme. Questo sodalizio tra un «tecnico» e una «umanista» ha «prodotto» i volumi Informatica solidale. Storia e prospettive del software libero e Libertà di software, hardware e conoscenza, entrambi pubblicati da Bollati Boringhieri.
L’esplorazione di Mariella Berra ha seguito anche coordinate non sempre coincidenti con quelle del suo compagno di viaggio, come dimostra il recente saggio pubblicato da Laterza Sociologia delle reti telematiche (pp. 142, euro 18). Per prima cosa va subito chiarito che l’autrice ha un concetto molto esteso di reti telematiche. Infatti sono da considerarsi reti telematiche anche quelle dove la «convergenza» tra computer, telefonia e televisioni produce la costituzione di reti contraddistinte da reciprocità e cooperazione sociale. La griglia analitica usata dall’autrice deve molto alle riflessioni sulle reti avviate della studioso statunitense Mark Granovetter, che per primo ha studiato le caratteristiche e le regole che sono alla base dello sviluppo di reti sociali. Da qui la sottolineatura che Mariella Berra fa del ruolo svolto da quella logica del dono, in base alla quale le relazioni sociali all’interno delle reti telematiche sono appunto contraddistinte da reciprocità e cooperazione, cioè da una logica non mercantile.
L’aspetto più rilevante del volume è però da ricercare laddove l’autrice demolisce la leggenda metropolitana sulla casualità della crescita delle reti telematiche. Una rete, infatti, è un modello organizzativo che risponde a leggi e regole rigidissime preposte a garantire la sua «sopravvivenza» in caso che uno dei nodi della rete venga meno. Per questo motivo, vista, parlare di reti telematiche significa parlare anche delle relazioni sociali che si sviluppano al suo interno. Relazioni sociali che garantiscono un flusso comunicativo indispensabile al funzionamento stesso della rete.
Il saggio affronta infine le tematiche sull’uso di Internet per fare affari, sulla presenza di una «moltitudine» di informatici che sviluppano software non sottoposto alle leggi vigenti sul diritto d’autore. Oppure di come il web venga pensato come uno spazio pubblico dove «curare» l’esangue democrazia rappresentativa. O dei problemi relativi alla privacy. Un testo, dunque, utile a ridefinire il concetto stesso di rete.
Pubblicato in libri, media-mondo, web e reti sociali | Contrassegnato da tag Benedetto Vecchi, cooperazione, il manifesto, Laterza, Mariella Berra, mediamondo, reciprocità, social networking, sociologia delle reti telematiche, web | 1 Commento »
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