Alcuni osservatori lo vanno affermando da tempo: quella in atto è una vera e propria invasione del territorio da parte dei centri commerciali. Di tutti i territori, nessuno escluso. A dominare la scena, incontrastate, sono poche grandi compagnie internazionali, che sono anche le uniche (a dispetto di quanto sostengono politici e opinion leader locali ogniqualvolta si tratta di dare avvio all’apertura di un nuovo centro) ad avere un reale e cospicuo vantaggio da queste colossali operazioni.
Il punto è esattamente questo: a chi conviene deturpare un territorio con delle mega-strutture di acciaio e cemento pronte a riversare ogni anno al suo interno migliaia di tonnellate di prodotti di ogni tipo, ad aumentare di non poco il traffico su ruota e a corrompere l’esistenza di comunità abituate a ritmi più umani di vita e di consumo?
C’è in genere, riconosciamolo pure, una qualche forma di beneficio per alcune centinaia di persone (operai, impiegati, rappresentanti, responsabili di sede, sorveglianti…) che trovano un’occupazione e possono recarsi disciplinatamente presso le loro nuove fabbriche post-moderne. Per lavorare, duramente e bene come chi lavora sa fare. Allo stesso tempo le cattedrali del consumo ci consentono di vedere, conoscere e far nostre cose che prima non trovavamo o che avremmo tutt’oggi difficoltà a trovare, cose in certi casi necessarie, alle volte semplicemente utili, altre volte ancora forse gratificanti. E poi ci sono i prezzi, spesso vantaggiosi per chi vive condizioni di sempre maggiore precarietà economica e possiede una limitata capacità d’acquisto.
Ma ci sono altri fattori, importanti, forse cruciali, da considerare; soprattutto alla luce del fatto che anche da noi, prima linea di periferia dell’Impero, il fenomeno degli shopping centers, degli outlets e dei big-boxes (gli anonimi scatoloni del monotematico a poco prezzo) comincia ad assumere dimensioni bibliche.
Gran Sasso Gran Shopping!
Ciò che sta accadendo a Teramo, piccola provincia della cosiddetta Terza-Italia, è piuttosto indicativo del generale processo di colonizzazione del territorio da parte delle mega-strutture del consumo. Qui, ai margini della lunga, ininterrotta città adriatica (frutto della continua diffusione urbana sulla costa e di una particolare forma di articolazione tra essa e le cittadine pedemontane), lo shopping center, nella sua versione iperdimensionale, è giunto a battezzare la comunità degli abitanti lo scorso anno, nel 2007, portando da subito con sé tutta una serie di problemi che quasi nessuno si è posto o pare voler affrontare (ne elencheremo alcuni):
le ricadute sull’economia locale: le nuove strutture del consumo aggrediscono i mercati locali e le reti tra territorio ed economie urbane ed agricole, stravolgendo i ritmi di produzione e la loro stagionalità e creando disoccupazione e de-qualificazione. Ne è una conferma, per quanto riguarda il nuovo centro commerciale di Teramo, il Gran Sasso Gran Shopping (oltre 30.000 metri quadrati, aperto lo scorso 22 novembre), l’elenco dei principali attori economico-finanziari coinvolti nell’operazione: la Cushman & Wakefield, multinazionale dei servizi immobiliari, ora (a quanto pare) acquisita dalla Ifil del gruppo Agnelli; la Foruminvest, una società olandese di sviluppo e investimento immobiliare (che sta gestendo tutto il progetto); la E.Leclerc, il colosso francese della grande distribuzione; la Conad Adriatico, gruppo di Mansampolo del Tronto (Marche); quasi tutte le principali società di lavoro interinale; e ancora Footlocker, Unieuro, Yamamay, etc… In sostanza non c’è, nell’intera operazione, un solo attore economico locale. I profitti potranno mai riversarsi sul territorio? A quali di queste macchine capitalistiche può interessare reinvestire parte degli utili a favore della comunità locale?
le questioni urbanistiche, paesistiche ed ambientali: la localizzazione delle mega-strutture commerciali decide le polarizzazioni territoriali (altre aree ne verranno danneggiate, in primis il centro storico di Teramo); il loro insediamento conduce alla costruzione di immensi parcheggi e all’intensificazione generale della mobilità su ruota; si creano problemi di sfruttamento, deperimento ed inquinamento delle falde acquifere; si assiste ad una esasperazione del ciclo delle merci e ad un aumento esponenziale dei rifiuti;
i risvolti sociali: probabilmente questi sono gli aspetti meno considerati in assoluto sia dagli attori economici del progetto che dalle istituzioni locali. Alberto Magnaghi nel suo “Il progetto locale” (Bollati Boringhieri, 2000) avverte che il centro commerciale conduce all’implosione della socialità: “lo spazio pubblico viene trasferito nelle funzioni del consumo di massa e ridisegnato con le sue tipologie omologanti, con le sue funzioni privatizzate e mercificate. L’ipertrofia del consumo e della produzione determina l’ipotrofia dell’abitare. L’abitante è un appendice, è trattato solo in quanto soggetto consumatore”.
La sfida è comprendere, attraverso lo studio e l’analisi di un caso come quello di Teramo, se e quali strumenti abbiamo per contrastare l’invasione dei colossi del commercio. Il territorio è in grado di rispondere?
