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arte e condivisione

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Alcuni mesi fa è morto Franco Carlini, una figura emblematica in Italia (e non solo) nel mondo delle nuove tecnologie e del giornalismo politico. Dopo una carriera come ricercatore presso il Cnr ha collaborato a lungo con L’Espresso, Il Corriere della Sera e il manifesto, promosso numerosissimi progetti sul web (tra cui Chips & Salsa, la factory Totem e VISIONpost-cronache-digitali) e firmato alcuni dei più approfonditi libri sull’evoluzione dei linguaggi e delle forme di comunicazione in Rete, contribuendo inoltre a portare al di qua della Alpi il dibattito sul digital divide (tra i libri vanno ricordati “Parole di carta e di web. Ecologia della comunicazione” per le edizioni Einaudi e “Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza internet” per la Manifestolibri). Nella sua sterminata produzione di scritti, articoli e saggi e nella sua attività professionale e di ricerca Carlini ha da sempre difeso l’idea che Internet possa costituire una fenomenale frontiera di sviluppo sociale e culturale. Allo stesso tempo le sue implacabili analisi sulle nuove tecnologie ci hanno mostrato, con informazioni e dati sempre dettagliati alla mano, che troppi sono gli interessi economici e finanziari installatisi in questi ultimi anni al loro interno. La personalità barbaramente capitalistica dei nuovi avvoltoi del web produce e produrrà, secondo Carlini, una corrosione degli spazi di libertà sinora duramente conquistati dagli internauti. Forse occorrerà rifarsi anche alla sua poetica e al suo pensiero critico per trovare praticabili percorsi di (ri)appropriazione simbolica e materiale della Rete e dei nuovi, emergenti, spazi cibernetici.

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(…) un grande protagonista del panorama della fotografia italiana concentra la sua esperienza maturata in più di mezzo secolo vissuto tra le immagini. La sua attività di fotografo nel campo del sociale, lo sviluppo di un’impostazione anarchica della teoria fotografica, l’indagine dei cambiamenti della società attraverso un’osservazione partecipata (…)

Ando Gilardi, Meglio ladro che fotografo, Bruno Mondadori, Milano, 2007

homo consumens

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“Gli elementi che fuoriescono dal perimetro dello sciame sono semplicemente -perduti-, o si sono -smarriti-. Devono arrangiarsi per conto loro, anche se non potranno sopravvivere a lungo perchè è difficile e rischioso trovare una meta realistica da soli, al di fuori dello sciame”

Zygmunt Bauman, “Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi”, Erickson, Gardolo, 2007
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gli ultimi lavori prima dell’apertura

 

Alcuni osservatori lo vanno affermando da tempo: quella in atto è una vera e propria invasione del territorio da parte dei centri commerciali. Di tutti i territori, nessuno escluso. A dominare la scena, incontrastate, sono poche grandi compagnie internazionali, che sono anche le uniche (a dispetto di quanto sostengono politici e opinion leader locali ogniqualvolta si tratta di dare avvio all’apertura di un nuovo centro) ad avere un reale e cospicuo vantaggio da queste colossali operazioni.

Il punto è esattamente questo: a chi conviene deturpare un territorio con delle mega-strutture di acciaio e cemento pronte a riversare ogni anno al suo interno migliaia di tonnellate di prodotti di ogni tipo, ad aumentare di non poco il traffico su ruota e a corrompere l’esistenza di comunità abituate a ritmi più umani di vita e di consumo?

C’è in genere, riconosciamolo pure, una qualche forma di beneficio per alcune centinaia di persone (operai, impiegati, rappresentanti, responsabili di sede, sorveglianti…) che trovano un’occupazione e possono recarsi disciplinatamente presso le loro nuove fabbriche post-moderne. Per lavorare, duramente e bene come chi lavora sa fare. Allo stesso tempo le cattedrali del consumo ci consentono di vedere, conoscere e far nostre cose che prima non trovavamo o che avremmo tutt’oggi difficoltà a trovare, cose in certi casi necessarie, alle volte semplicemente utili, altre volte ancora forse gratificanti. E poi ci sono i prezzi, spesso vantaggiosi per chi vive condizioni di sempre maggiore precarietà economica e possiede una limitata capacità d’acquisto.

Ma ci sono altri fattori, importanti, forse cruciali, da considerare; soprattutto alla luce del fatto che anche da noi, prima linea di periferia dell’Impero, il fenomeno degli shopping centers, degli outlets e dei big-boxes (gli anonimi scatoloni del monotematico a poco prezzo) comincia ad assumere dimensioni bibliche.

Gran Sasso Gran Shopping!

Ciò che sta accadendo a Teramo, piccola provincia della cosiddetta Terza-Italia, è piuttosto indicativo del generale processo di colonizzazione del territorio da parte delle mega-strutture del consumo. Qui, ai margini della lunga, ininterrotta città adriatica (frutto della continua diffusione urbana sulla costa e di una particolare forma di articolazione tra essa e le cittadine pedemontane), lo shopping center, nella sua versione iperdimensionale, è giunto a battezzare la comunità degli abitanti lo scorso anno, nel 2007, portando da subito con sé tutta una serie di problemi che quasi nessuno si è posto o pare voler affrontare (ne elencheremo alcuni):

le ricadute sull’economia locale: le nuove strutture del consumo aggrediscono i mercati locali e le reti tra territorio ed economie urbane ed agricole, stravolgendo i ritmi di produzione e la loro stagionalità e creando disoccupazione e de-qualificazione. Ne è una conferma, per quanto riguarda il nuovo centro commerciale di Teramo, il Gran Sasso Gran Shopping (oltre 30.000 metri quadrati, aperto lo scorso 22 novembre), l’elenco dei principali attori economico-finanziari coinvolti nell’operazione: la Cushman & Wakefield, multinazionale dei servizi immobiliari, ora (a quanto pare) acquisita dalla Ifil del gruppo Agnelli; la Foruminvest, una società olandese di sviluppo e investimento immobiliare (che sta gestendo tutto il progetto); la E.Leclerc, il colosso francese della grande distribuzione; la Conad Adriatico, gruppo di Mansampolo del Tronto (Marche); quasi tutte le principali società di lavoro interinale; e ancora Footlocker, Unieuro, Yamamay, etc… In sostanza non c’è, nell’intera operazione, un solo attore economico locale. I profitti potranno mai riversarsi sul territorio? A quali di queste macchine capitalistiche può interessare reinvestire parte degli utili a favore della comunità locale?

le questioni urbanistiche, paesistiche ed ambientali: la localizzazione delle mega-strutture commerciali decide le polarizzazioni territoriali (altre aree ne verranno danneggiate, in primis il centro storico di Teramo); il loro insediamento conduce alla costruzione di immensi parcheggi e all’intensificazione generale della mobilità su ruota; si creano problemi di sfruttamento, deperimento ed inquinamento delle falde acquifere; si assiste ad una esasperazione del ciclo delle merci e ad un aumento esponenziale dei rifiuti;

i risvolti sociali: probabilmente questi sono gli aspetti meno considerati in assoluto sia dagli attori economici del progetto che dalle istituzioni locali. Alberto Magnaghi nel suo “Il progetto locale” (Bollati Boringhieri, 2000) avverte che il centro commerciale conduce all’implosione della socialità: “lo spazio pubblico viene trasferito nelle funzioni del consumo di massa e ridisegnato con le sue tipologie omologanti, con le sue funzioni privatizzate e mercificate. L’ipertrofia del consumo e della produzione determina l’ipotrofia dell’abitare. L’abitante è un appendice, è trattato solo in quanto soggetto consumatore”.

La sfida è comprendere, attraverso lo studio e l’analisi di un caso come quello di Teramo, se e quali strumenti abbiamo per contrastare l’invasione dei colossi del commercio. Il territorio è in grado di rispondere?

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“la sociologia visuale [...] si avvale di un guardare disciplinato, intenzionale, che coglie il mondo nella sua strutturazione naturale, ma anche nel suo essere allo stesso tempo un mondo di significati”
Marina Ciampi , “La sociologia visuale in Italia. Vedere, osservare, analizzare” , Bonanno Editore, Acireale-Roma, 2007

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almamegretta – figli di annibale demo (per iniziare)

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